di Antonio Esposito


Vincenzo Russo – Eduardo Di Capua – 1900 

Nella notte del 31 dicembre 1899 regnava un’atmosfera particolare. Quella che necessariamente si respira quando non si chiude solo un anno, ma un secolo. Sembra che ai festeggiamenti soliti si debba aggiungere qualcosa di più significativo. Un clima di grande euforia quindi.  

Ma non per Vincenzo Russo costretto a letto da una febbre altissima. La sua cagionevole salute avrebbe consigliato una notevole prudenza anche per le 24 ore successive. Ma si ha un amico come Eduardo Di Capua è difficile ragionare in termini di prudenza.

Il maestro, sulle ali dell’entusiasmo per un sostanzioso anticipo ricevuto dall’editore Bideri, non volle sentire ragioni e costrinse il povero Vincenzo ad accompagnarlo al Salone Margherita dove si esibiva Armando Gill.

In quell’occasione pare che, all’uscita del locale, Vincenzo Russo, che possiamo immaginare febbricitante e frastornato, abbia passato a Di Capua un foglietto con il testo di I’ te vurrià vasà.

La tenera intimità di due amanti

La canzone descrive la tenera intimità di due amanti in un giardino profumato di malvarosa e rinfrescato da un leggero venticello. Una ragazza dorme soavemente distesa su un letto di foglie. Il giovane che è con lei la guarda e vorrebbe baciarla ma è combattuta tra il desiderio di farlo e il timore di farla svegliare rompendo l’incantesimo di quel momento.

Il desiderio di baciarla è sempre più forte ma l’amore che ha per lei gli impedisce di farla svegliare da quel sonno così tranquillo. Allora pensa che almeno potrebbe addormentarsi anche lui. Anche solo per un’ora ma respirando il fiato della sua amata, per entrare nei suoi pensieri e magari incontrarsi in un sogno comune.

Presentato al concorso “La tavola rotonda” il brano non ebbe un immediato riscontro e si classificò solo secondo. Per di più ex aequo con altre concorrenti. Solo negli anni successivi ottenne il meritato successo diventando celebre in tutto il mondo. Ed entrando nel repertorio dei più grandi artisti nazionali e internazionali. Ma in particolar modo in quello dei più famosi tenori del presente e del passato: Enrico Caruso, Tito Schipa, Giuseppe Di Stefano, José Carreras, Placido Domingo, Luciano Pavarotti, Andrea Bocelli.

Il sogno che non si potrà mai realizzare

Dai versi di I’ te vurria vasà emerge il tormento di un amore impossibile. Quello tra il poeta Vincenzo Russo ed Enrichetta Marchese, figlia di un gioielliere. A dividerli c’era un abisso sociale.

Vincenzo Russo veniva da una famiglia poverissima e dopo la morte prematura del padre, da primogenito dovette provvedere, insieme alla madre, al sostegno dei cinque fratelli.

Fino a quel momento aveva aiutato il padre ciabattino nella sua bottega ma non aveva il mestiere necessario a portare avanti da solo l’attività. Trovò lavoro come guantaio nella bottega dei fratelli Partito e dovette dire addio ai suoi sogni letterari. Ma non del tutto.

Infatti non si arrese all’ignoranza. Con grande determinazione riuscì a studiare seguendo i corsi serali. E proprio durante questi corsi ebbe modo di scoprire la sua innata predisposizione per la poesia.

Amore segreto e sguardi furtivi

Quello di Vincenzo per Enrichetta era nella sostanza un amore segreto perché, nonostante ne fosse innamorato da sempre non glielo manifestò mai apertamente. Però non per le differenti condizioni sociali come si potrebbe immaginare.

Infatti, per quanto i genitori della ragazza osteggiassero quel rapporto prima ancora che si concretizzasse, Enrichetta ricambiava i sentimenti del giovanotto e non mancava mai di lanciargli delle occhiate furtive quando passava in calasse davanti alla bottega dove Vincenzo era al lavoro.

La causa vera che spinse Russo a non dichiarare il suo amore a Enrichetta furono le sue condizioni di salute.

Egli conosceva la gravità della sua malattia polmonare e sapeva che molto presto lo avrebbe condotto alla morte. E non si sbagliava, morì ad appena 28 anni.

La canzone come spesso succede ai capolavori non fu apprezzata al suo esordio. Anzi, partecipando al concorso canoro “La tavola rotonda” ottenne un modesto secondo posto ex aequo con altre tre canzoni.

Eduardo Di Capua musica I’ te vurria vasà

I’ te vurria vasà, come tutte quelle scritte da Russo dopo il 1897, data del suo incontro con Eduardo Di Capua, furono musicate dal maestro che cambiò la sua vita e la sua carriera. L’incontro tra i due avvenne nella bottega dove Vincenzo lavorava come guantaio.

Però l’interesse iniziale di Eduardo Di Capua per Vincenzo non era artistico. Il musicista era un giocatore accanito e seguendo delle dicerie popolari era convinto che il poeta desse i numeri vincenti da giocare al lotto.

Qualcuno sostiene che sia una delle tante maldicenze messe in giro dai detrattori del poeta ma di sicuro erano infondate altrimenti, con una facoltà del genere, Russo non sarebbe vissuto e morto in miseria.

Eduardo Di Capua sotto il profilo finanziario non stava messo meglio, viveva anch’egli in serie ristrettezze nonostante fosse un affermato musicista.

Infatti stiamo parlando dell’autore, insieme a Giovanni Capurro, di quella che probabilmente è la canzone napoletana più famosa nel mondo: ’O Sole mio.

Ma la causa delle sue miserie era ben diversa da quella di Vincenzo Russo: si giocava tutto quello che era capace di guadagnare.

Comunque, il sodalizio pur non procurando loro benessere economico gli ha donato una meritata fama mondiale per i capolavori che riuscirono a creare.

I’ te vurria vasà è una delle più belle canzoni del patrimonio musicale napoletano. Ma non sono certo canzonette Maria Marì e Torna maggio.  


Le pagine di “La canzone napoletana”

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