di Felice Nicotera


LUOGHI DELL’ANIMA – Il Conservatorio di San Pietro a Majella.

La passeggiata più suggestiva che facevo da ragazzo, e che mi è rimasta nel cuore, era di girovagare nel centro storico di Napoli, le cui mura echeggiavano musiche lontane, rievocando secoli di storia, tradizioni ed atmosfere letterarie ed artistiche. Un vero “incantamento”.

La tappa finale era rappresentata dalla libreria antiquaria Colonnese, dove acquistavo libri antichi o piccoli libretti denominati “trucioli” editi dallo stesso Colonnese, le prime stampe e cartoline, che aggiungevo alla collezione regalatomi da mio padre.

Lì, come in un salotto letterario, incontravo il carissimo avvocato Renato De Falco, amico di famiglia, filologo, scrittore e personaggio televisivo italiano. Autore di numerosi testi sull’etimologia e sulle espressioni dialettali partenopee, ha curato, su un’emittente privata locale, la trasmissione televisiva Alfabeto Napoletano, arrivando a presentare un totale di 500 puntate. Dalla trasmissione è stato tratto un libro dallo stesso titolo, ristampato ininterrottamente dal 1985 al 2010. Il volume racconta la storia di circa 1.500 parole, da abbabbià a zumpà, illustrandone dettagliatamente i significati e le origini, puntualizzandone le spesse e complesse etimologie e riportandone le presenze nei classici della letteratura, della poesia e della produzione musicale.

Interrotta in gioventù la pratica legale, si dedicò allo studio filologico della lingua napoletana. Conosceva e parlava correntemente il latino ed il greco.

Su incarico della Curia partenopea, tradusse il Vangelo di Marco in napoletano.

Negli anni novanta tradusse la messa in napoletano per una cerimonia religiosa celebrata a New York tra gli emigrati di Little Italy.

Nell’aprile 2017, in occasione del primo anniversario della sua scomparsa e con il patrocinio del Comune di Napoli, gli è stata dedicata una mostra presso il PAN – Palazzo delle Arti Napoli, dal titolo Renato de Falco – Un Signore Napoletano – Viaggio nelle parole di Napoli.

Attaccato alla libreria sorge un suggestivo edificio dal passato artistico mai completamente dimenticato dalla città di Napoli: il Conservatorio di San Pietro a Majella.

Tanti sono gli artisti che, nella città del sole e del mare, hanno trovato i natali e che attraverso le loro opere e il loro talento hanno reso grande il nome di Napoli nel mondo.

Tra tutte le forme in cui l’arte si esprime a Napoli la musica trova una collocazione importante e di primo piano: nel Settecento la città era riconosciuta come la capitale europea della musica.

Il considerevole patrimonio musicale napoletano affonda le sue radici in tempi remoti: è possibile, tuttavia, trovare una datazione al momento in cui all’arte pura e al talento innato si affiancano la tecnica e lo studio, ossia il momento in cui la musica inizia ad essere “insegnata”.

La scuola musicale napoletana ha una lunga tradizione di circa cinque secoli: Napoli è stata la madrepatria dei conservatori di musica più antichi e famosi al mondo.

Nella prima metà del Cinquecento sorsero a Napoli quattro conservatori di musica, animati inizialmente dal caritatevole intento di accogliere i ragazzi di strada, orfani e abbandonati, e dargli un’educazione.

Il più antico era Il Conservatorio di Santa Maria Loreto, fondato nel 1537 ad opera di un artigiano di nome Francesco che creò nient’altro che un luogo di accoglienza per i bambini orfani e poveri.

Nel 1583 fu fondato Il Conservatorio della Pietà dei Turchini: i “turchini” erano i piccoli ospitati che venivano chiamati così dopo la castrazione (praticata per ottenere una miglior performance canora), in riferimento al colore dei loro vestiti e del berretto.

Gli altri due conservatori, simbolo della gloriosa scuola musicale napoletana, erano Il Conservatorio di Sant’Onofrio a Porta Capuana (1578) e Il Conservatorio dei Poveri di Gesù Cristoche fu l’ultimo ad essere fondato e il primo ad essere soppresso nel 1743.

Nel 1797 il trasferimento del Conservatorio di Santa Maria di Loreto nella Sede del Conservatorio di Sant’Onofrio portò ad un accorpamento dei due istituti. Tra il 1806 e il 1807 si unì anche il terzo, il Conservatorio della Pietà dei Turchini; la fusione diede origine al “Real Collegio di Musica“, che prese in seguito il nome prima di Conservatorio di San Sebastiano e poi nel 1826 finalmente di Conservatorio di San Pietro a Majella.

Per volere del re Francesco I, il collegio fu, infatti, spostato nell’antico monastero di San Pietro a Majella e qui sono ancor oggi conservati gli archivi dei tre antichi Conservatori dalla cui fusione esso è nato.

Il portale d’ingresso è sormontato dall’iscrizione marmorea “Regio Conservatorio di Musica”, abbellito lateralmente con decori raffiguranti strumenti musicali.

Essendo collocato in un ex convento, l’edificio presenta due chiostri, uno dei quali abbellito con l’opera scultorea di Francesco Jerace che raffigura Ludwing van Beethoven (1927). Ai piani superiori sono collocate le aule, l’Archivio Storico e, soprattutto, il Museo e la Biblioteca.

L’archivio Storico comprende un grande patrimonio documentale, appartenente agli istituti che fondarono il Conservatorio. I documenti permettono di ricostruire ben cinque secoli di musica a Napoli.

La Biblioteca del Conservatorio San Pietro a Majella conserva un patrimonio unico e preziosissimo di manoscritti, stampe rare musicali, libretti d’opera e documenti. È considerata la principale nel campo musicale al mondo. Fu voluta dal letterato Saverio Mattei e inizialmente il suo nucleo fu arricchito grazie alle donazioni dello stesso Mattei e di Giuseppe Sigismondo, da lui nominato bibliotecario. Nel 1795 Ferdinando IV di Borbone emise un decreto in cui ordinava “agli impresari di teatri in questa capitale… che diano alla medesima Biblioteca una copia di ogni spartito di opera o commedia che daranno sulle scene del rispettivo teatro”. La preziosa collezione si arricchì con gli spartiti autografati di Domenico Cimarosa e autografi di autori come Bellini e Mercadante, oltre che alle significative donazioni degli artisti che operavano a Napoli. I libi in possesso del conservatorio occupano ben 1.500 metri lineari.

Il Museo, invece, possiede una ricchissima raccolta di strumenti musicali d’epoca di grande pregio. Spicca la piccola arpa di Antonio Stradivari (probabilmente il più celebre fabbricante di violioni della storia), scolpita in legno di pioppo e uno dei soli tre esemplari esistenti al mondo. Ma la raccolta è numerosissima e comprende un clavicembalo del 1636 di Andreas Ruckers, decorato con motivi floreali, il pianoforte appartenuto a Domenico Cimarosa, donato da Caterina II di Russa, e quello appartenuto a Giovanni Paisiello.

Il 21 dicembre scorso si è svolta la mostra per il 150 anniversario della morte di Saverio Mercadante.

Nell’Ottocento, Richard Wagner fu ospitato a Napoli e volle visitare il Conservatorio; udì un’esecuzione degli allievi del collegio ed è stato tramandato che restò particolarmente colpito e commosso dalla scuola napoletana. Molti e illustri sono i nomi legati al Conservatorio, ricordiamo tra i più recenti il pianista Aldo Ciccolini, il violinista Salvatore Accardo e, soprattutto, Riccardo Muti. Il conservatorio di San Pietro a Majella ancor oggi continua ad essere un luogo di accoglienza e aggregazione. Diversamente dal passato in cui la struttura era luogo di accoglienza per ragazzi poveri e bisognosi, oggi è un luogo di aggregazione per persone che hanno una grande passione in comune: la musica.


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