a cura della Redazione “Il Postalista”

Gli uffici postali avevano (ed hanno tuttora) una cassetta (chiamata di solito “buca”) nella quale i mittenti potevano gettare le loro lettere, affidandole in questo modo al servizio postale. Questo era comodo per l’utente, non doveva badare ad orari e poteva farlo a qualsiasi ora. La posta veniva poi levata ad orari più o meno precisi e iniziava il suo percorso.

Il predetto sistema funzionava, prima dell’invenzione del francobollo (che al massimo il prepagamento, nel momento che era attaccato il francobollo stesso sulla lettera), solamente se la tassa per il recapito postale veniva pagata dal destinatario.

Nella maggioranza dei casi si imbucavano quindi solamente le lettere che circolavano all’interno dello stato, perché per l’invio delle corrispondenze per l’estero era necessaria almeno l’affrancatura della missiva fino al confine e quindi il prepagamento interno. Altrimenti l’amministrazione postale dello stato mittente non riusciva, in mancanza di una specifica convenzione postale, che garantiva il rimborso da parte dell’amministrazione destinataria, a percepire l’importo per il proprio servizio effettuato.

Per inviare dunque una lettera per l’estero il mittente doveva recarsi presso l’impiegato dell’ufficio postale e doveva rendere franca la lettera, che veniva accettata in quel momento dal sistema postale.

Ma poteva succedere per una svista o per ignoranza, che si imbucava una lettera diretta all’estero senza il dovuto prepagamento. In questo caso l’amministrazione della posta aveva sostanzialmente due possibilità:

1) la più semplice, ove possibile, invitare il mittente e fargli pagare la tassa; si poteva fare velocemente quando si era in località più piccole, dove la Posta sapeva chi scriveva ed inviava lettere (normalmente non era un episodio singolo). L’errore normalmente non veniva commesso da imprese commerciali, che scrivevano molto, conoscevano benissimo le regole ed avevano anche un forte interesse al veloce e sicuro recapito della missiva, ma più facilmente da soggetti che non scrivevano spesso. Da quali elementi si poteva comprendere il nome del mittente? Il bollo indicativo del mittente, fino alla seconda metà dell’ottocento (inoltrata) non era frequentissimo. La seconda possibilità era il sigillo, soprattutto se personalizzato, o con diciture o abbreviazioni di nome e cognome, o lo stemma. In quel caso il mittente veniva individuato, si presentava all’ufficio che custodiva la lettera ed integrava il corrispettivo;

2) qualora ciò non era possibile o anche inutile, in quanto la lettera magari era stata portata in quell’ufficio da una terza persona, ed il vero mittente risiedeva altrove, la posta scriveva al destinatario. In questa comunicazione d’ufficio lo rendenva edotto che presso il proprio ufficio era giacente una lettera a lui indirizzata e qualora inviava il preciso corrispettivo necessario per far partire la lettera (quindi di regola l’affrancatura fino al confine dello stato), la posta dava corso all’invio.

Lorenzo Carra ha scritto un bellissimo articolo “Quando si affrancava posteriormente” (Storie di posta n. 19/2019, p. 70 ss.) al quale rimando per approfondimenti.

Presento ora tre lettere degli Stati Sardi che rientrano nel primo caso.

Fig. 1: da Torino a Grosseto 1847

La prima lettera veniva imbucata presso l’ufficio di Torino e bollata il 12 maggio 1847. Vista la mancanza del prepagamento necessario, essendo diretta a Grosseto (Granducato di Toscana) e quindi una destinazione estera, la lettera veniva iscritta in un registro particolare al numero 360. Le ricerche del mittente erano velocemente di successo, e già due giorni dopo, il 14 maggio, il mittente ha pagato la tassa di 12 soldi, come risulta sul retro della lettera. L’ufficio di Torino usava, per la seconda bollatura, invece del precedente colore nero, il colore rosso. Era quasi sempre così, ma vedremo che c’erano pure delle eccezioni. Però potremmo dire, al di là di una (non trovata) disposizione specifica sull’uso di un colore preciso per tali casi, che il diverso colore segnava l’evidenza del pagamento che permetteva l’avvio del percorso postale. Cinque giorni dopo, il 19 maggio, il bollo di Grosseto sul retro ci mostra l’arrivo, ed il mittente ha pagato 6 crazie di diritti interni toscani.

Fig. 2: da Torino a Firenze 1849

La seconda lettera partiva pure da Torino, il 6 gennaio 1849, ed era diretta a Firenze, ma anche questa non era prepagata; le poste iscrivevano pertanto la lettera al numero 33 del registro. Da questo deduco che, se il registro era solamente riservato a tale fine, 33 lettere per i primi 6 giorni dell’anno, non era un fenomeno così raro… Già il giorno successivo era stato rinvenuto il mittente e si poteva regolarizzare il pagamento, sempre 12 soldi fino al confine toscano. Anche in questo caso la seconda impronta del bollo dell’ufficio torinese era in rosso. Qui è interessante da notare che il mittente, come risulta dall’interno della lettera, era straniero, ma si affidava ai servizi dei “Mess. Nigra freres & fils”, quindi da lì il veloce ritrovamento. Dopo 3 giorni la lettera era già arrivata a Firenze.

Fig. 3: da Cagliari a Ginevra 1842

La terza lettera è la più interessante, per più motivi. È una lettera scritta dall’isola della Sardegna, da Cagliari, il 24 dicembre 1842, ed imbucata lo stesso giorno, come si evince dal bollo sul verso della lettera. Ma per la solita ragione, la mancata affrancatura, non poteva partire verso la sua destinazione: Ginevra, nell’omonimo cantone svizzero.

La cosa è particolare: il mittente era Giuseppe Luigi Montaldo, un commerciante che era in rapporti d’affari con il destinatario, la famosa ditta Vacheron & Constantin, che dal 1755 crea i preziosi orologi. Infatti, la lettera tratta l’acquisto di vari “savonette” (orologio da tasca recante un coperchio incernierato sul lato del quadrante con funzione di protezione). Ma è strano che l’ufficio di Cagliari, molto più piccolo di quello della capitale torinese, non sapesse chi era il mittente, soprattutto con un indirizzo così particolare. Quasi da non credere che Montaldo scriveva la prima volta a Ginevra, quindi si doveva facilmente capire chi era il mittente. Ma così evidentemente non era: la regolarizzazione avveniva solo 2 mesi e 17 giorni dopo, il 10 febbraio 1843, pagando 17 soldi. 5 giorni dopo la lettera era già nelle mani degli orologiai di Ginevra. Particolare è pure che qui la seconda impronta non era di colore diverso, ma sempre in nero, ed è stata messa nitidamente sotto la prima.

Fig. 4: un orologio “savonette” della ditta Vacheron & Constantin di Ginevra
Fig. 5: da Firenze a Bolzano 1843

Infine un esempio per la seconda possibilità: una nota dell’ufficio postale di Firenze del 2 ottobre 1843, diretta a Bolzano, dove il ricevitore delle Francature dell’Uffizio Principale della Posta di Firenze, I. Colson, chiedeva l’invio, brevimanu, di 3 crazie, per poter dar corso alla lettera diretta al signor Edmund von Eyrl (celebre famiglia nobiliare sudtirolese). La nota era prestampata, aperta, senza firma, e reca solamente il bollo postale di Firenze, non risulta né un timbro d’arrivo di Bolzano, né una tassa riscossa.

Articolo di Thomas Mathà


Il Postalista

Rivista on line di cultura filatelica e storico postale
Iscrizione Tribunale di Arezzo n. 1326/04 del 28 settembre 2004
Direttore responsabile: Roberto MONTICINI

info@ilpostalista.it


Gli articoli di “Storia Postale”

[catlist name=storia-postale numberposts=1000]