Appunti di viaggio di Pippo Ferraro riordinati e redatti da Simona Bellini


Avevo conosciuto Erika a Verbier, nella Svizzera Francese. Ero lì, scritturato per la stagione invernale in un Hotel locale. Austriaca della Carinzia, lavorava alla reception e parlava bene anche l’italiano oltre che il francese, l’inglese e la sua lingua madre, il tedesco.

– Ciao Pippo, sono Erika. Cosa fai di bello?

Che sorpresa sentire la sua voce al telefono dopo piu’ di un mese senza sue notizie.

– Sto per partire per i Caraibi.

Avevo risposto senza eccessivo calore.

– Hai sempre voglia di scherzare, eh?

– E’ vero, ho un contratto con un albergo di St. Maarten. Sarebbe troppo lungo spiegarti come ci sono arrivato. Tu dove sei ora?

– Sono a casa vicino Graz. Tra una ventina di giorni torno a Verbier mentre da dicembre andrò a lavorare nel ristorante di mio fratello.

Erika, 25 anni, era una ragazzona alta 1 metro e 75, con capelli castano chiaro come gli occhi, una corporatura robusta e piuttosto muscolosa probabilmente frutto dell’attività sportiva svolta durante l’adolescenza. Gentile e sempre sorridente mi era risultata subito simpatica fin dalla prima volta che l’avevo incontrata all’Hotel “Du Grand Combin” a Verbier.

Lì ero arrivato per puro caso. Infatti l’agenzia che avevo incaricato per seguire i miei ingaggi in Svizzera aveva in programma, in un primo momento, di collocarmi in un hotel vicino Zurigo, dove sarei dovuto rimanere per due mesi. A causa dei dissidi sorti tra l’agenzia stessa e la direzione dell’albergo, il contratto venne annullato. Avevo quindi il mese di marzo mio malgrado privo di impegni. Tuttavia, attraverso il mio giro di conoscenze, la cui importanza nel nostro mestiere è fondamentale, ero approdato a Verbier grazie all’interessamento di un collega pianista in contatto con il proprietario di un hotel. La struttura non era molto grande ma raffinata e ben tenuta sia negli esterni che negli interni. Apparteneva a un imprenditore di mezza età dalle maniere gentili che mi prese subito in simpatia.

Qualche anno prima era rimasto vedovo della moglie italiana come me, come egli ci teneva sempre a sottolineare, uno dei motivi per cui affermava gli piacessi. Aveva due figlie, S. di 21 anni e V. di 17, e si era risposato con una canadese allegra e di bell’aspetto. La prima volta che varcai la soglia dell’albergo per parlare col signor B. arrivai verso le 11 di mattina e non trovando nessuno nella hall, mi inoltrai per chiedere informazioni. Ero ormai quasi nelle cucine quando una voce da un angolo del salone da pranzo mi chiese chi cercassi. Sobbalzai.

– Buongiorno, sono S.B.,la figlia del proprietario, posso aiutarla?

Il suo era un italiano perfetto e lei appariva gentile ma fredda e distaccata.

Salve, sono il pianista che ha appuntamento con suo padre. Mi chiamo Pippo… cioe’ Giuseppe.

Da quando ero approdato in paesi di lingua francese per la prima volta, avevo scoperto che, per la sua fonetica, il mio nome somigliava in modo imbarazzante al termine “pipo” che, nel linguaggio popolare, individua qualcosa di poco valore, scarso e irrilevante. Non avevo quindi più nessuno desiderio di presentarmi col mio soprannome.

All’inizio ho avuto delle difficoltà a sentirmi chiamare Giuseppe tanto che spesso non rispondevo nemmeno poi la consuetudine ha preso il sopravvento e mi sono abituato alla mia doppia identità: Giuseppe per i francofoni e Pippo per tutto il resto del mondo.

– Mio padre sarà di ritorno tra qualche minuto. Se vuole lo può aspettare nella hall.

Quindi mi sedetti ed aspettai. Al bancone del ricevimento ora c’era una ragazza alta che parlava italiano con un accento tedesco.

– Buongiorno, aspetta qualcuno?

Era la prima volta che vedevo Erika.

– Si, devo vedere il signor B., sono il pianista che dovrebbe cominciare i primi di marzo.

– Che bello così ci sarà musica il mese prossimo? E sarai tu quindi ad occupartene, giusto?

Non ho mai capito perché ma ogni qualvolta ho svelato la mia professione l’atteggiamento del mio interlocutore è sempre cambiato, passando automaticamente dal lei al tu.

In questo caso però, contrariamente al solito, il tono confidenziale non mi dispiaceva affatto.

– Lo spero proprio, questo posto mi sembra molto carino.

In realtà Verbier era una classica località sciistica ma diversa tuttavia da St. Moritz, dove avevo lavorato a lungo in vari hotel, e da Crans Montana, più esclusive e signorili ma anche meno a misura d’uomo.

– L’albergo e’ davvero grazioso.

Mi resi subito conto che i miei complimenti di circostanza potevano risultare banali.

“Anche lei e’ molto carina” avrei voluto aggiungere trattenendomi appena in tempo. Sorrise e riprese a scrivere sul registro. Alla mia sinistra si intravedeva il bar ed un pianoforte nero a quarto di coda. Il piano-bar non era sempre operativo, come mi aveva detto il mio amico pianista, ma spesso erano presenti musicisti di buona qualità per serate tematiche, era quindi un ambiente dove si faceva della buona musica. Il locale risultava molto gradevole e in sintonia con la sua funzione di american bar con poltroncine collocate vicino al pianoforte ed altre più distanti per ospiti desiderosi di scambiare qualche parola senza dover alzare la voce.

Il signor B. si esprimeva in un italiano molto corretto con un leggero accento francese. Ci tenne a dirmi subito che si fidava del pianista che mi aveva segnalato a lui e quindi non aveva motivo di dubitare delle mie qualità di musicista. Gli fui silenziosamente grato per quell’iniezione di fiducia. Dopo esserci messi d’accordo sul compenso venni informato sul mio alloggio e sui benefici che mi sarebbero stati riservati. Avrei alloggiato in un appartamento nei pressi dell’hotel, dove ogni due giorni un addetto si sarebbe occupato delle pulizie, mentre il pasto serale mi sarebbe stato servito nel ristorante dell’albergo.

Quel posto mi piaceva davvero. C’era nell’aria qualcosa che mi diceva che mi sarei trovato bene, molto bene.

Mancavano ancora cinque giorni all’inizio del mio impegno professionale a Verbier, tempo che decisi di impiegare recandomi a Roma, dove all’epoca viveva la mia famiglia. Era il 1990 e proprio in quei giorni andava in onda il Festival di Sanremo che potei godermi, nella calma rassicurante della casa dei miei genitori, insieme a Enzo, mio fratello minore. I Pooh si erano presentati con “Uomini soli”, una canzone nella quale mi identificavo molto, quella che avrebbe vinto. Tuttavia quella fu un’edizione memorabile anche per la presenza in gara di grandi artisti internazionali e, soprattutto, per il ritorno dell’orchestra che finalmente suonava di nuovo dal vivo. E proprio tra quelle fila riconobbi Stefano, un collega pianista col quale avevo condiviso una bella esperienza di esibizioni musicali nei Club Med svizzeri. Era davvero molto bravo e già allora non era difficile ipotizzare che avrebbe fatto strada.

Il 5 marzo, come d’accordo con la direzione, mi ripresentai all’hotel “Du Grand Combin” e la prima sorpresa fu quella di non trovare piu’ Erika alla reception che sarebbe stata assente per tutto il mese di marzo.

Peccato, mi dissi, avrei volentieri approfondito la conoscenza con lei che aveva un’aria allegra e che metteva di buonumore. Poco dopo ebbi modo di incontrare Dominique, una ragazza ne’ bella ne’ brutta, sulla trentina, factotum dall’azienda che era con la famiglia B. fin dai tempi della prima moglie del patron. Ostentava una gentilezza talmente affettata da risultare sospetta e talvolta fastidiosa che alternava ad atteggiamenti altezzosi altrettanto irritanti.

Lavorando da anni nei grandi alberghi avevo avuto l’occasione di incontrare molti dipendenti con ogni sorta di caratteristiche, dagli invidiosi agli ipocriti e ai prepotenti. Ero perciò preparato alle difficoltà in tal senso e le avrei affrontate anche con Dominique con la quale le prevedevo come inevitabili. Il vantaggio era che le mie prestazioni sarebbero state valutate solamente dal direttore e dal proprietario dell’albergo oltre che dal pubblico che sa sempre esprimere il proprio gradimento, o meno, in modo preciso e coerente. Con il resto del personale, in genere, un musicista non ha molti contatti ma e’ d’obbligo usare sempre un po’ diplomazia. Come sempre non ebbi alcun problema con il barman. Lavorare nello stesso ambiente ci rendeva quasi complici e molto collaborativi l’uno nei confronti dell’altro.

L’albergo non era grande quindi all’accoglienza si alternavano solamente due impiegati, un ragazzo del quale non ho mai saputo nemmeno il nome e l’onnipresente Dominique, supportati durante i fine settimana dalla più giovane delle figlie di B. che frequentava a Sion l’ultimo anno di liceo. La maggiore S. aveva invece completato gli studi nella prestigiosa scuola alberghiera di Losanna, rinomata non solo in Svizzera, cosa di cui lei andava orgogliosamente fiera. Era in attesa di partire per Parigi dove l’attendeva uno stage in un prestigioso hotel situato sull’Avenue des Champs-Élysées, il ”George V”.

S. quindi, all’occorrenza, si prestava ad aiutare sia alla reception che in sala ristorante ma non senza una malcelata inquietitudine, ritenendo la sua preparazione ben al di sopra delle esigenze dell’albergo di famiglia. Infatti si riteneva come un brillante pilota di Formula Uno costretto a guidare un’utilitaria con le ruote sgonfie. Contrariamente al padre e alla sorella minore, sembrava priva di quell’affabilità necessaria a condurre un’impresa a contatto con un pubblico spesso esigente. Aveva bei capelli biondo scuro, vispi occhi quasi blu, un’altezza leggermente al di sotto della media e una corporatura snella ma nonostante questo il corpo tornito e muscoloso le consentiva un incedere energico e risoluto.

All’epoca non immaginavo nemmeno lontanamente quanto quella determinazione avrebbe fatto prepotentemente irruzione nella mia vita.


Appuntamento a sabato prossimo per la pubblicazione di un altro capitolo del libro

“Il pianista dall’oblò”



“Il pianista dell’oblò”

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