a cura della Redazione “Fumetto Story”


I suoi trascorsi redazionali le furono però anche utili per riallacciare i rapporti con nomi importanti che avevano abbandonato Topolino per i motivi più disparati, come Francesco Artibani e Fabio Celoni. De Poli spinse per idee ambiziosissime, come rifare L’inferno di Topolino con la collaborazione di Roberto Benigni (e Vincenzo Mollica) o il progetto di Topolino nelle scuole, sfumate per mancanza della «giusta congiunzione astrale».

Come i direttori prima di lei, voleva storie per tutti, ma a differenza degli altri, guardò al canone profondo dei Disney italiani, cercò un compromesso con il nuovo e lasciò che il mondo esterno permeasse Topolino a ogni pagina, senza far prevalere il proprio gusto personale, «perché nelle organizzazioni piramidali come le redazioni basta una richiesta emotiva urlata in un corridoio tipo “Zio Paperone deve essere più buono” per far deragliare tutte le storie in quella direzione per almeno un anno». Recuperò alcune delle idee di Capelli e Cavaglione, ereditando da quest’ultimo la cura verso l’aspetto giornalistico della rivista e dal primo la conoscenza di un fumetto disneyano robusto.

Caldeggiò i temi ambientali, producendo un Topolino a impatto zero, collaborò con autori lontani dal mondo Disney o dal fumetto in generale (Sio, Giorgio Fontana, Alessandro Baricco, Paola Cortellesi, Stefano Bollani), e spinse sulla commistione tra Topolino e i mondi altri, dedicando storie o copertine a personalità di sport e spettacolo. «L’importanza di collocare Topolino nell’epoca in cui vive passa anche dalle persone che la rappresentano. È un modo per far capire che Topolino c’è, più che mai. Mi si rivoltava lo stomaco quando qualcuno faceva passare queste operazioni come marchette.»

Cercando un maggior contatto tra redazione e lettori, De Poli volle aprire ogni numero con un editoriale di benvenuto, su cui campeggiava una foto che la ritraeva solare e accogliente. Era la prima volta che un direttore di Topolino, fino ad allora un nome stampato in piccolo in coda all’albo, aveva un volto, una voce e si esponeva così tanto presso il pubblico. «L’entità fantasma a volte può essere recepita come una non-assunzione di responsabilità e io me le volevo prendere tutte.» Chiamò poi Silvia Ziche a introdurre ogni numero con una vignetta di commento al tema principale della settimana, nella rubrica “Che aria tira a…”. Già queste due prime mosse indicavano la ricerca di fumetto e parola, di empatia e di un calore più composto di quello presentato nell’era Muci.

Attorno al fumetto, si costruì un apparato redazionale che valesse la pena di leggere, come i pezzi di graphic journalism e l’iniziativa dei Toporeporter, lettori che partecipavano al lavoro giornalistico, raccontando una storia. La copertina, che prima ritraeva gag estemporanee o pin-up slegate dai contenuti interni, diventò il biglietto da visita del sommario per «trasmettere il senso del giornale o celebrare qualcosa di clamoroso».

L’aspetto grafico fu quello che mutò più rapidamente nella gestione De Poli. Topolino cambiò veste nel 2007, nel 2011 e nel 2018. Quest’ultimo rinnovo introdusse un nuovo carattere tipografico, EasyReading, studiato per i ragazzi con problemi di dislessia, e, in seguito alle analisi dei focus group che registravano come Topolino fosse percepito dai più giovani come un libro («si meravigliavano che in fondo ci fosse una pubblicità e non la quarta di copertina»), inserirono una sezione con gli appuntamenti della settimana.

Come Capelli, De Poli si trovò a gestire il cambio di editore. Nel 2013 Panini Comics rilevò la licenza da Disney. Dal centro di un impero editoriale qual era negli anni Novanta, Topolino era diventato un business sempre più irrilevante per la casa madre. Con il passaggio a Panini, spiegava De Poli nel 2018, «abbiamo iniziato a trattare anche temi più adulti, perché gli adulti rappresentano i due terzi dei nostri lettori».

Gli standard character vennero fatti scontrare con suggestioni inedite: Topolino e soci guidarono i lettori nella Storia dell’arte con un ciclo scritto da Roberto Gagnor; Paperino diventò uno James Bond nella serie DoubleDuck; in Darkenblot Macchia Nera subì un restyling che dava di gomito agli anime fantascientifici. Topolino fagocitò il suo stesso mezzo fumettistico (Bum – Un ranger in azione, Ciccio Never, Dylan Top, Topolinix, Topomaltese, Topin Mystère) e in alcuni casi se stesso, con la parodia di storie classiche come La saga della spada di ghiaccio (diventata Topolino e la spada di ghiacciolo).

doubleduck nemici come prima

Persino personaggi che già partivano come rielaborazioni furono ulteriormente declinati. Fu il caso di Paperinik, che, oltre a proseguire con le sue avventure, produsse uno spin-off dedicato al Paperinik originale, Fantomius, ladro gentiluomo del primo Novecento, e poi vide tornare sulle pagine del libretto la propria versione americaneggiante, PK.

Realizzare nuove storie di PK era un obiettivo che De Poli aveva in mente fin dal suo insediamento, lei che aveva preso parte alla creazione di PKNA e ricordava «il suono del telefax che, in seguito al lancio del Numero Zero, ha continuato per mesi ad annunciare le centinaia e centinaia di messaggi da parte dei lettori». Dovendo ripensare la formula editoriale, «perché i margini per rilanciare una testata indipendente non esistevano più», la direttrice si destreggiò nel compito di inserire nella rivista un supereroe che agiva con più libertà d’azione di quanta fosse concessa al resto delle storie presenti, tanto in termini di contenuti quanto di forma (la violenza, la composizione della tavola).

Anche le parodie o gli adattamenti di classici letterari, mai del tutto abbandonati ma di certo passati in sordina, diventarono eventi speciali, che coniugavano riferimenti alti e fattura pregiata. Tuttavia, data la complessità e la sovrabbondanza di certe pagine, la collocazione sul settimanale assumeva sempre più i connotati di una sistemazione di comodo per storie che soffocavano, stipate nel formato libretto, in attesa di una ristampa in volume che rendesse giustizia al lavoro degli autori, i cui nomi potevano ora venire spesi come gancio promozionale.

Era un’impostazione che con Disney non era mai stata possibile, in quanto «c’era molta prudenza sul tema». In questo senso, la casa madre impose direttive spesso bizzose che limitarono il giogo d’azione: De Poli non poté imbastire grandi festeggiamenti per gli ottant’anni di Topolino personaggio e i sessanta del formato libretto perché «in quel momento storico in Disney erano stati messi al bando tutti gli anniversari che riportavano in luce l’età dei personaggi».

Pensare le storie per edizioni altre che non fossero Topolino divenne un punto centrale dopo il passaggio a Panini, quando il settimanale iniziò a dialogare di più con il fumetto e il suo ecosistema: «Abbiamo sperimentato un mondo nuovo, soprattutto quello delle fiere del fumetto che hanno a poco a poco modellato il piano editoriale del Topo». Arrivarono copertine variant – in occasioni delle manifestazioni fumettistiche o di circostanze particolari – e partì l’assalto al mercato delle fumetterie e di Amazon, con riedizioni di grande formato. Era una scelta che rispondeva a «un’esigenza primaria del nuovo editore. Un’evoluzione naturale. Si poteva andare alle fiere solo con I Grandi Classici? E non c’era altro modo per realizzare quelle storie particolari se non farle passare da Topolino. Secondo me il giornale ne ha guadagnato anche se qualcosa è andato a discapito dell’umorismo».

Nello sforzo di catturare l’attenzione di «quella che è ormai la generazione “mobile”, che vive sul concetto del tutto e subito e in qualche misura della passività» e cercando di portare Topolino nel mondo digitale, De Poli si spese per rilanciare il sito Internet e la lettura da tablet e smartphone: «Avevamo lavorato su un progetto lungimirante, che anticipava tutti i temi di quanto è successo dopo nel campo dell’intrattenimento e della user experience, ma da metà 2012 era cominciato il conto alla rovescia verso la licenza ed era necessario volare basso, sono diventati più urgenti altri temi. Sia Disney sia Panini hanno preferito mettere da parte il progetto che metteva in costante comunicazione e interazione sito-app-cartaceo-lettori».

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Cercò la complessità nelle storie, una visione fastosa e adulta, che si scontrava con la fruibilità immediata dei bambini e a cui risposero positivamente soltanto gli amanti del fumetto, un segmento di pubblico minoritario. Dai focus group emerse che il resto degli adulti aveva un legame di nostalgia nei confronti del giornale «ma leggono pochino, rispondono per slogan». Nonostante la qualità generale delle storie, De Poli non seppe parlare ai più piccoli, pubblico per cui è difficilissimo scrivere senza risultare artefatti o insinceri. Nel 2018, l’insuccesso di Topolino Junior, versione prescolare del settimanale, confermò questo assunto. Come già era accaduto con Muci, seppur in modo diverso, le storie che avrebbero voluto essere bambinesche, risultavano infantili.

Valentina De Poli visse il periodo più tormentato di Topolino, in balia tra editori diversi, multinazionali, crisi economiche, disaffezione del pubblico. Anche a causa dell’assenza di un vicedirettore – figura venuta meno nel 2013 – le si chiedeva di essere meno creativa e più manageriale, «ottimizzare contenuti e processi e conti. Dovevamo prepararci alla licenza e ogni tassello nel fantastico mondo del settimanale doveva essere in perfetto ordine per risultare appetibile. Ma questo, naturalmente, l’ho capito molto tempo dopo quando il progetto licenza è stato svelato».

Tutto un altro mondo rispetto a quello morbido e sicuro delle W.I.T.C.H., da cui era stata strappata per andare a fare il libretto. «Non ero per niente contenta quando mi sono insediata» rivela a Fumettologica. «Mi stavano togliendo da un sogno, da anni fantastici in cui ho vissuto solo esperienze positive, di creatività sempre al massimo e la testa costantemente proiettata al nuovo per creare cose inedite, senza dover tenere conto di un passato importante e pesante.»

L’essenza dei suoi undici anni di direzione sta nell’aver cercato di valorizzare Topolino e il ruolo di tutti quelli che ci lavoravano attorno, trasmettendo il messaggio che il giornale «ha un ruolo nella società, fa parte della cultura italiana». La crisi dell’editoria, l’avvento del digitale, la rivoluzione degli usi e dei costumi dei giovani, secondo lei, sono giustificazioni concrete dietro cui però non ci si può nascondere. «Non sono stati tempi per far festa, insomma. Ma io ce l’ho messa tutta per far sembrare che la festa ci fosse, eccome.»

Back to basics con Alex Bertani (2018-…)

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Cresciuto a Cavriago, un piccolo paesino nelle campagne di Reggio Emilia, Alex Bertani trascorse l’infanzia immerso nei fumetti. Le sue letture preferite erano Paperinik e la bella addormentata, Storia e Gloria della dinastia dei Paperi, Topolino e la collana Chirikawa e i vecchi numeri de I Classici Disney. Sfogliando quelle pagine, il ragazzino che amava Qui, Quo e Qua mai si sarebbe sognato che un giorno a decidere le sorti di Topolino sarebbe stato lui.

Nell’autunno 2018 Alex Bertani, che già da due anni e mezzo dirigeva commercialmente tutta l’area di produzione di Topolino e degli altri mensili, è arrivato al settimanale con la nomea del tecnico. Direttore del mercato Italia per Panini, è stato il primo con un profilo più da azienda che da giornale, anche se «in Panini i ruoli editoriali e commerciali non sono mai così rigidamente separati. Ho sempre lavorato a stretto contatto con la redazione, le scelte sono sempre state condivise, e ho quindi anche messo un po’ il naso nella parte editoriale».

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Per Bertani, Topolino era un prodotto di cui «ognuno ha una sua visione e, quando c’è un cambio di direzione, le differenze e i punti di discontinuità iniziano pian piano ad uscire». Al centro della sua gestione, il direttore ha messo i fumetti, «il cuore di Topolino. La mia priorità è stata quella di capire se quello che stavamo facendo, ovvero i fumetti, era soddisfacente per i lettori».

Nell’aprile 2019 è partita una campagna pubblicitaria incentrata sulla «magia delle storie» e nella sua prima estate da direttore, Bertani ha preferito accantonare le «mega operazione dove c’era un gadget che veniva pubblicizzato con notevoli risultati di vendita, ma alla fine vendevamo dei giocattoli». Pur non mancando l’oggettistica allegata al settimanale, il grande evento dei mesi estivi non ruotava attorno a un gadget ma a una narrazione relativa alla scomparsa di Paperone. L’enigma della lettera del passato imbastiva – su Topolino, ma anche su altre testate Disney, alla maniera dei grandi crossover supereroistici – un giallo attorno alla sparizione del magnate paperolese, chiamando i lettori a risolvere il mistero tramite un concorso a premi.

Ha recuperato i suoi amati nipotini di Paperino e riesumato la formula di Gentilini dei Classici– che aveva trovato una seconda vita nella collana Topostorie e che Bertani considera «vere e proprie pietre miliari del fumetto disneyano». Soprattutto, ha implementato un gusto americano per le tecniche di racconto: il già citato crossover, ma anche manovre più aggressive nei confronti della tradizione come la retrocontinuity, operata nel giugno 2019 sulle origini di Paperinik, al fine di «ritrovare lo spirito del personaggio che secondo me negli anni si è un pochino perso: un po’ più Paperino e un po’ meno supereroe».

Bertani è sembrato voler proseguire il discorso sulla complessità delle storie. La fascia d’età più bassa è ormai bombardata da stimoli che la rende in grado di fruire racconti visivamente e narrativamente strutturati ed «è una bugia pensare che la strada è dare loro storie più infantili e semplici. Topolino lo si inizia a leggere verso i sei anni e a quell’età le storie troppo banali già ti annoiano».

Il nuovo direttore ha voluto combattere la percezione comune del giornale (una lettura usa e getta) con storie che sapessero osare, destreggiandosi tra politicamente corretto, tabù e temi scomodi. È una sfida complicata in un contesto in cui non solo l’irriverenza di Martina è anni luce da ciò che è accettabile ma perfino le linee guida di Fossati sembrano consigli all’acqua di rose. Anche storie relativamente recenti e innocue come Paperino e lo squassante programma dimagrante (Enrico Faccini, 2004) ora verrebbero tacciate di body shaming.

Dove gli altri, salvo casi particolari, avevano lasciato il caporedattore delle sceneggiature Davide Catenacci – in carica dal 2003, il più longevo head writer del settimanale – e il gruppo di supervisori a gestire l’iter produttivo delle storie, Bertani ha fornito note puntuali e precise su ogni soggetto, per fare «un importante lavoro di setaccio, di indirizzo e stimolo delle storie che si vedranno su Topolino in futuro». Il suo è uno sguardo che punta nella direzione del lettore puro di fumetti, in grado di passare da Topolino ad altri fumetti dai codici sofisticati.

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«Abbiamo fatto un grande lavoro di ripensamento di quelle che sono le storie, il linguaggio che utilizziamo, il Topolino che vogliamo dare ai lettori di domani» e il futuro, ha detto, riserverà contenuti innovativi con «strutture di racconto non sempre così tradizionali», in quella che il direttore si augura sarà «una stagione importante di questo settimanale».

Inalterata è rimasta l’apertura, con la vignetta di Ziche e il benvenuto del direttore, che si nasconde dietro una caricatura paperinikizzata e scrive editoriali meno intimi e più rivolti a un pubblico di lettori forti. Ai redazionali ha riservato invece un trattamento radicale: se le storie dovevano parlare a tutte le generazioni e a tutti i target, «i redazionali no, sono costruiti ad uso e consumo dei lettori più giovani» spiega a Fumettologica. L’approccio è pensato per un lettore che impara a prendere confidenza con i servizi giornalistici, le notizie e gli approfondimenti.

La mano di Bertani, che nel suo primo anno da direttore non ha potuto imprimere grandi cambiamenti, si è notato da subito nelle copertine, reminiscenti dell’era Cavaglione: pulite, monocromatiche, spesso prive di sfondo e di strilloni, perché «deve farsi vedere, spiccare. Fare sorridere. Non credo debba per forza essere sempre vincolata in toto dal riferimento ad una delle storie del giornale, anzi penso che in passato questo vincolo a volte ci abbia un po’ penalizzato». La nomina di Andrea Freccero a direttore artistico e principale copertinista ha svolto il ruolo di «maggiore omogeneità stilistica, senza cambi repentini da una settimana all’altra», puntando a una matrice comune che, secondo Freccero, doveva guardare a Gottfredson, Barks, Carpi e Scarpa.

«Ho ritenuto importante che ci fosse una persona che potesse essere un punto di riferimento per i disegnatori» ha detto Bertani, «in grado di dar loro consigli, di farli migliorare, crescere, correggerli e in generale fare da collante tra di loro». Il fumetto Disney da ormai diversi anni ha perso la figura di un disegnatore esperto, «che fosse garante per la qualità artistica dei disegni che venivano pubblicati su Topolino», come avevano fatto autori come Giovan Battista Carpi, Roberto Santillo e Marco Rota. Proprio quest’ultimo è stato protagonista di un recupero teso a colpire lo zoccolo duro dei lettori, quando nell’autunno 2019sono state pubblicate storie inedite risalenti agli anni Ottanta.

Bertani auspica per un Topolino «che un giorno proporrà soprattutto storie di livello assoluto, da autori all’altezza del compito e che saprà emozionare i propri lettori con storie forti ma raccontate con la classica leggerezza del narrare disneyano. Un giornale che avrà imparato ad osare, ad affrontare temi importanti e a innovare».

Eccoli lì, in fila, donne e uomini che hanno reso grande Topolino, un oggetto fumettistico, culturale e sociale stranissimo, che ha pochi eguali nel mondo. Queste persone hanno guidato squadre di creativi, giornalisti, grafici, scrittori, disegnatori, gente di marketing, per portare nelle edicole un giornale iconoclasta, accomodante, adulto, bambinesco, classico, sfacciato, di nicchia, popolare, fallimentare, di successo, che ininterrottamente da settant’anni (meno tre settimane, in cui gli scioperi delle tipografie fecero saltare i numeri 480, 1370 e 1531) ha saputo evolvere il proprio linguaggio, ricordandoci perché ci piacciono tanto quei fumetti e i suoi personaggi.

In questi tempi rutilanti, il futuro di Topolino è incerto. I direttori sono concordi nel prevedere che la strada davanti sarà sconnessa e dissestata, ma nessuno azzarda ulteriori profezione. Sperano, confidano, augurano. La parola che usano più spesso è «buono». Topolino è un buon giornale, buone sono le storie prodotte, buoni i messaggi che veicola. «Un patrimonio indelebile» commenta Valentina De Poli, «la cui storia, di sicuro, non si cancellerà mai. Fare la storia del Topo, quella è un’altra faccenda».