a cura della Redazione “Fumetto Story”


A fine anni Settanta l’editoria a fumetti stava conoscendo un momento felice, grazie alla crescita delle riviste di settore e al rilancio di Intrepido, Lanciostory, Il Monello, riviste di fumetti in grado di macinare 600.000 copie a uscita. In quel periodo positivo, Topolino stava vivendo i suoi anni peggiori, tanto in termini di vendite quanto di contenuti. L’Almanacco di Topolino era stato chiuso, e le 250.000 copie di Topolino furono il minimo storico dell’era Mondadori.

Ormai anziano, Gentilini aveva rotto i rapporti con tutti i collaboratori. Non stava facendo nulla per cambiare il sommario degli albi, e nel frattempo Mondadori non investiva in un prodotto che, anche se in fase calante, era la testa di serie dell’azienda. D’altro canto il direttore non sentiva la necessità di avanzare richieste, nonostante gli autori avessero domandato più volte manovre correttive. La sola concessione fu, a partire dal n. 700 dell’aprile 1969, l’inserimento nel colophon dei componenti della redazione e di alcuni collaboratori. Fino ad allora, l’unico nome che compariva sul giornale era quello di Gentilini.

Con gli autori migrati verso realtà più accoglienti, la qualità calò, anche per assenza di una supervisione decisa. Nel 1973 Dalmasso abbandonò il suo ruolo di caposervizio alle sceneggiature, preso in gestione dallo stesso Gentilini, ma l’unico intervento era quello idiosincratico di Elisa Penna, convinta animalista che faceva cancellare dalle storie tutte le armi e qualsiasi riferimento alla morte di un animale, caccia e pesca inclusi. E Rota perse autorità sulla direzione artistica: se chiedeva una correzione al disegnatore, questi andava a lamentarsi da Gentilini, che annullava la modifica.

«Gentilini era il direttore designato perché in quel momento era morto Federico Pedrocchi, un grande artista che avrebbe dato un supporto enorme alla crescita del Disney italiano» spiega Gianni Bono, direttore di Topolino tra il 1999 e il 2000, a Fumettologica. Pedrocchi, sceneggiatore di Saturno contro la Terra e autore della prima storia italiana di Paperino, era stato direttore artistico nella precedente incarnazione della rivista ed era «un uomo geniale, un uomo di storie. Gentilini era comunque un uomo aziendale. Ciò che sarebbe servito era un uomo che viveva di storie».

Gentilini aveva perso il polso della situazione, dei tempi, del mercato. Sospettosa di fronte alle vendite stagnanti, Disney mandò in Italia i propri uomini a controllare che Mondadori non stesse pasticciando le cifre per non dover riconoscere le royalty. Nel febbraio 1980 un articolo intitolato Topolino suicida per avarizia! apparve sulla rivista L’urlo, a firma di Michele De Quale. Nel testo si criticava l’abbandono delle matite più prestigiose, il tirare a campare di quelle rimaste, il non adeguamento delle tariffe ai costi della vita o al successo del settimanale. L’articolo era stato scritto da Carlo Chendi sotto pseudonimo e contribuì ad affrettare l’addio di Gentilini.

Mondadori non si fece sfuggire l’occasione. Per sostituirlo fu fatta una scelta interna, optando per il caporedattore Gaudenzio Capelli, preferito a Elisa Penna. La donna, che rimase delusa della mancata nomina, era talentuosa ma non portata, secondo il parere dei più, a dirigere un giornale. Gentilini, a cui Capelli aveva fatto per anni da tuttofare, quando comunicò alla redazione il nome del nuovo direttore, disse: «La scelta non mi trova per niente d’accordo». Come per il formato tascabile, la sua opinione si sarebbe rivelata errata.

La rivoluzione silenziosa di Gaudenzio Capelli (1980-1994)

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A Gaudenzio Capelli piaceva il tennis. Così, appena insediatosi come direttore, trovò buffo organizzare la prima riunione all’ora di pranzo nel palazzetto del tennis di Segrate, vicino alla nuova sede della Mondadori. Vi partecipò una quarantina di persone, tutte alla ricerca di nuove idee per rilanciare Topolino. Classe 1929, nato e cresciuto a Milano, laureato in chimica industriale, Capelli era entrato nella redazione di Topolino all’inizio degli anni Sessanta, come correttore di bozze. Pare che il primo incarico assegnatogli da Mario Gentili fosse stato sgarzare la lettera “S” di Superman dagli scudetti del personaggio per il settimanale Nembo Kid. Per molti anni era stato caposervizio e poi caporedattore, e alla fine direttore responsabile. Il marchio Disney stava entrando negli anni Ottanta dopo una decade fatta di segni negativi. Se n’erano andati i lettori e se n’erano andati gli autori. A Capelli toccò così il compito di rinvogliare entrambi ad avere a che fare con Topolino.

Capì che il settimanale, un prodotto anomalo, con un target elastico e dei meccanismi delicati, non andava stravolto. Non servivano le rivoluzioni, bastava cambiare la mentalità e il modo di fare le cose. Bastava farlo meglio. «Il nostro obiettivo rimane la pubblicazione di un settimanale familiare che piaccia ai genitori e ai ragazzi» scriveva nell’introduzione al volume I Disney Italiani del 1991. «I nostri autori sono bravissimi ad aggiornare i vari characters al nostro tempo, guardando sì a Carl Barks e a Floyd Gottfredson, ma anche a Steven Spielberg e a Indiana Jones!»

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Una delle prime cose che fece fu proprio riallacciare i rapporti con tutti i disegnatori che se n’erano andati per colpa di Gentilini. Con il suo atteggiamento pacato ma risoluto, Capelli cambiò il clima della redazione. Comprese l’importanza di creare un ambiente in cui le persone potessero lavorare sentendosi a loro agio. Diede slancio, rimise in circolo l’entusiasmo nelle vene di un giornale che procedeva solo perché aveva un bell’abbrivio ma che sarebbe naufragato se qualcuno non avesse dato nuova spinta.

Gentilini aveva creato un luogo di lavoro compartimentalizzato, in cui gli autori erano isolati e non si parlavano. Per sradicare il problema, Capelli si fece aiutare da Elisa Penna, rimasta vicedirettrice, e dal caposervizio alle sceneggiature, il cui compito era vagliare i soggetti e interagire con gli sceneggiatori, suggerendo modifiche o aggiunte. Il primo fu Franco Fossati, collezionista e critico proveniente dal mondo delle fanzine. Per evitare certi eccessi del passato – relativi a storie in cui Paperone violava la legge, per esempio – Fossati stilò una serie di regole che predicavano un linguaggio moderato (al bando insulti come “dannazione”, “sbronzo marcio”, “bravo merlo”) e una condotta ineccepibile da parte dei personaggi.

Non si potevano trovare tesori, per esempio, perché non restituendoli allo Stato si sarebbe andati contro le norme del codice civile. Il critico però si dimostrò poco tagliato per la parte – aveva molti impegni e poca pazienza – e nel 1985 fu sostituito da Massimo Marconi, arrivato in redazione nel 1971 e detentore del ruolo fino al 1996. Marconi entrava nel vivo nelle storie, riscrivendo pesantemente i soggetti altrui, spesso arginando le proposte più bizzarre (come le versioni supereroistiche di Topolino e Zio Paperone, Topolinik e De’ Paperonik, quest’ultimo poi riconvertito nel vigilante Tuba Mascherata).

Cenni alla contemporaneità – come l’Indiana Pipps di Bruno Sarda e Maria Luisa Uggetti, creato sull’onda del successo di Indiana Jones – si mischiarono a cicli dal sapore cantastorico come I mercoledì di Pippo di Rudy Salvagnini o Nonna Papera e i racconti attorno al fuoco di Rodolfo Cimino. Giorgio Cavazzano, ormai colonna dell’universo Disney e autore tra i più conosciuti anche fuori dall’ambito fumettistico, si vedeva affidati i progetti più in vista ma fu anche lasciato libero di realizzare – talvolta come autore unico – opere personali come Topolino e Minni in: “Casablanca”, Il mistero della voce spezzata, Topolino presenta “La strada” e Paperino e l’insolito remake.

redazione di Topolino negli anni Novanta