di Felice Nicotera


MATILDE SERAO E LA NOVELLA “Telegrafi dello Stato – sezione femminile”, Roma, Tip. Edoardo Perino, 1895, pp. 47-48.

Per ricordare la Festa del Lavoro del 1 maggio di sabato scorso, riportiamo lo sguardo attento e sensibile della grande scrittrice e giornalista napoletana Matilde Serao sui temi sociali e sulle condizioni del lavoro nella Napoli dell’Ottocento.

Matilde Serao dopo gli studi, diciottenne, s’impiegò come avventizia telegrafista, nelle Poste centrali di Napoli, dal 1874 al 1877. Da questa esperienza nacque più di una semplice ispirazione per la novella, pubblicata nella raccolta del 1886 “Il romanzo della fanciulla”.

La Serao dipinge un ritratto corale del lavoro e della vita delle telegrafiste e della loro estenuante corsa contro il tempo.



L’orologio è un lusso che non si possono permettere. Anche la multa che viene loro comminata se tardano l’ingresso è un lusso che non si possono permettere. Così si ritrovano a vagare per strada all’alba molto, molto prima del necessario. Magari in una fredda alba invernale in cui, inaspettatamente piove, si gela, indossando un liso paltò, perché altro non possono permettersi per coprirsi adeguatamente. Una corsa contro il tempo anche nel lavoro, perché i telegrammi son di per sé, comunicazioni importanti e urgenti, tutti, e la direttrice della sezione femminile non vuole che le “sue” telegrafiste appaiano meno abili dei colleghi di sesso maschile (in sezione a parte, beninteso) e se le becca un istante a chiacchierare arrivano le reprimende. E le multe.


Si lavora a Natale e in tutte le sante feste comandate. Si lavora come forsennate quando ci sono elezioni, con telegrammi che fioccano da ogni sperduto paesino d’Italia per comunicare i risultati, prima provvisori, poi definitivi, seguiti dai telegrammi di felicitazioni agli eletti e i telegrammi dell’agenzia di stampa Stefani per i giornali.

Quando, sia chiaro, su base volontaria, il Direttore vuole rafforzare e moltiplicare i turni di lavoro per fronteggiare tali emergenze, c’è un moto di ribellione. Non hanno diritto alla pensione. Possono essere licenziate in qualunque momento. Al compimento dei quarant’anni sanno già che dovranno lasciare l’impiego.  

In questo suo romanzo breve «Romanzo per le Signore»,  le giovani telegrafiste napoletane, ognuna un tipo e un carattere, sono dipinte in un affresco vivace non privo di forti toni sentimentali: giovani o più attempate, rigorosamente nubili (il matrimonio era causa di licenziamento, la maternità altrettanto, così da essere spesso nascosta dalle ragazze), vivono intensamente i loro sogni romantici e i loro primi amori, chiacchierano di toilettes e di balli alla moda, anelano al matrimonio, ma anche condividono le loro amarezze e la fatica quotidiana di un durissimo lavoro misurato su tempi inderogabili sotto l’occhio inesorabile della direttrice.

La pagina qui proposta racconta proprio quel nuovo modo di lavorare, così diverso da quello degli uffici tradizionali: in questo modernissimo settore dell’amministrazione, nei grandi cameroni precursori degli open spaces moderni, domina il ritmo forsennato dell’«apparato», il fluire incalzante dei telegrammi in arrivo e in partenza, il ticchettio martellante delle macchine.

Le ragazze di Matilde Serao forse non lo sanno, ma sta affermandosi persino nell’amministrazione dello Stato un embrione del futuro taylorismo industriale presto introdotto nelle fabbriche. E loro ne sono le prime vittime.

Tutte le macchine, Morse, Siemens, Hughes, doppia Hughes, Steele, erano in movimento: i due capoturni erano presenti andando e venendo, come sonnambuli, col sigaro spento, un fascio di telegrammi in mano.

La porta di comunicazione con la sezione femminile era semiaperta, caso nuovissimo, ma nessuno si voltava. Nella sezione femminile erano presenti tutte le ausiliarie, ognuna a una macchina; la direttrice andava e veniva.

La vice-direttrice, piccolina, coi capelli corti, una testolina simpatica di garzoncello svelto, correva da una macchina all’altra, riordinando dispacci, regolando i sistemi di orologeria, dando l’inchiostro, lesta come uno scoiattolo, le mani pronte, l’occhio vivo, la parola alta e breve. I telegrammi nascevano, sgorgavano, spuntavano da tutte le linee; su tutte il ritardo era di tre ore, i telegrammi da trasmettere si ammonticchiavano, formavano fasci, manipoli, cumuli; mentre se ne trasmetteva uno, ne arrivavano cinque da trasmettere, mentre si finiva di trasmettere una serie d dieci ne restavan fermi cinquantadue. Le ausiliarie erano prese dalla febbre, che ogni ora saliva di grado.

Alta, seduta sul seggiolone, col vestito coperto da un grande grembiale nero, Adelina Markò lavorava alacremente alla macchina Hughes, con Genova, trasmettendo con una lestezza di dita da pianista emerita, con uno scricchiolio rapidissimo di tutto quell’ingranaggio, dando la corda al congegno con certi colpi potenti del piede diritto, i capelli rialzati sulla testa per non aver fastidio alla nuca, le maniche rimboccate per poter trasmettere più facilmente: accanto a lei, Giulietta Scarano aveva appena il tempo di registrare i dispacci.

Maria Morra sedeva sull’alto seggiolone, anche lei, alla linea di Bari: un ciuffo di capelli le scendeva sopra un occhio, aveva una macchia d’inchiostro azzurro sul mento, il goletto sbottonato perché si sentiva soffocare, due macchie rosse sui pomelli: ogni tanto Emma Torelli le dava il cambio, per farla riposare un po’, registrando i dispacci, classificandoli, facendo tutto il servizio di segreteria.

Fra le coppie di hughiste, ambedue egualmente responsabili della linea, vi erano questi brevi dialoghi, senza lasciar di trasmettere e di scrivere:
– Quanti ce ne sono ancora?
– Quarantratré.
– E che ritardo?
– Due ore e cinquanta.
– Madonna santissima!


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