di Felice Nicotera


Il viaggiatore che dal nord si lascia alle spalle il tessuto urbano di Salerno per immettersi nella piana di Pontecagnano, Bellizzi, Battipaglia e Paestum, in un territorio di tipo agrario, tra masserie sette-ottocentesche dal caratteristico torrino e case e poderi della riforma fondiaria, incontra i corsi d’acqua secondari del Picentino e del Tusciano che lo accompagnano verso uno dei più importanti fiumi del versante tirrenico, il Sele. Esso ha origine in prossimità del Monte Cervialto a 420 m s.l.m., presso Caposele dove ricche sorgenti vengono captate per alimentare l’acquedotto pugliese. Dai Picentini le acque scendono a valle per irrigare la grande e fertile piana di Paestum. Alla sua foce nel Golfo di Salerno è stato messo in luce un santuario greco fiorito tra la fine del 7° e il 4° sec. a.C..e sono stati rinvenuti i resti di un tempio di Hera argiva. Il Sele era rinomatissimo tra gli antichi scrittori e il suo corso è uno straordinario palinsesto di testimonianze d’arte e di storia, di leggenda e verità. Spettatore della battaglia di Spartaco, lo schiavo che si ribellò a Roma. Custode dei tre anfiteatri dal cui rinvenimento nel 1762 si generò la riscoperta dell’antica Paestum, divenne meta obbligata del Grand Tour affrontato da aristocratici, letterati, artisti principalmente nel corso del 18^ secolo. Da una ricerca dell’Archivio di Stato di Salerno nasce il volume “..a curiosar le antichità.. strade e viaggiatori in provincia di Salerno in età moderna e contemporanea”, a cura di Maria Teresa Schiavino e Anna Sole, edito da Plectica nel 2012, che descrive gli antichi avventurosi viaggiatori che spingendosi fino a Paestum dovevano attraversare un viaggio lungo e difficoltoso su strade spesso inesistenti, che presentavano innumerevoli pericoli. Un ostacolo naturale che essi trovavano sul loro camino era il corso del fiume Sele, l’antico Silarus, che attraversava la pianura e costituiva una sorta di divisione tra il territorio ebolitano e quello cilentano. Tra la fine del Settecento e gli inizi dell’Ottocento il numero di strade in quelle località era molto limitato e quelle poco esistenti erano spesso in condizioni veramente pessime, difficili da percorrere e completamente impraticabili nei periodi in cui la piena del fiume causava allagamenti e inondazioni. Nei mesi estivi, quando la portata dell’acqua era notevolmente ridotta, molti attraversavano a guado il letto del fiume e spesso si servivano di muli, cavalli o addirittura bufali. Ma guadare il fiume sia a piedi che a dorso di un animale non sempre era possibile: lo si poteva fare solo in alcuni periodi del’anno quando non vi era molta acqua. Generalmente si utilizzava la scafa, una specie di zattera collegata alle due sponde tramite un cavo. Tali passaggi erano in genere situati nelle principali zone di collegamento, dove vi era un maggior transito sia dei residenti che dei viaggiatori. La più antica testimonianza di una scafa sul Sele l’abbiamo nel 1615: il notaio ebolitano Pietro Vassallo stila l’atto di appalto per la costruzione di una scafa per passar il Sele, di forma, larghezza lunghezza conforme quella della scafa de Santo Vito, da situare sul fiume nella località di Persano. In un protocollo del 1633 il notaio Giacomo Antonio Scalzio riporta l’atto del subaffitto del passo della Scafa di San Vito a favore dei fratelli Pellegrino di Eboli. Carlo III di Borbone si era recato per la prima volta a Persano nella tenuta dei duchi De Rossi nel 1735 e ne era rimasto tanto entusiasta da decidere di acquistarla per farne la sua tenuta di caccia. Il giovane monarca era infatti un grande appassionato di arte venatoria e spesso si recava a Persano per dedicarsi al suo sport preferito. Il figlio Ferdinando ereditò la passione paterna e continuò a frequentare assiduamente la tenuta con la sua famiglia. Spesso però il sovrano e il corteo reale incontravano difficoltà ad attraversare il Sele, specialmente nei periodi di piena, quando l’abbondanza e la violenza delle acque non ne permettevano il guado con le carrozze o con i cavalli. Di qui la necessità di provvedere alla costruzione di una nuova scafa che potesse consentire il passaggio del fiume con tranquillità e il cui uso fosse riservato esclusivamente alla famiglia reale e ai suoi ospiti. Nel 1755 si iniziò la costruzione di una nuova scafa della lunghezza di quarantatrè palmi, utilizzando pezzi costruiti nella Regia Darsena di Napoli e trasportati via mare. La scafa, situata in un’ansa del fiume Sele, è magnificamente rappresentata in un dipinto di Filippo Hackert, oggi conservato nella Regia di Caserta. In primo piano un guardiano reale e la scafa con vari gentiluomini a bordo in attesa di transitare sull’atra sponda. Il passaggio del Sele è ampiamente testimoniato nei numerosi racconti dei viaggiatori di fine Settecento e inizio Ottocento. Una pianta del fiume Sele del 1852, conservata nei carteggi dell’intendenza borbonica dell’Archivio di Stato di Salerno, mostra il percorso del fiume ed indica la presenza della scafa nei pressi di Persano e di una casetta situata sulla sponda destra che doveva servire allo scafaiolo. Nel’Ottocento, i Borboni avviarono l’attuazione di una nuova rete viaria e la costruzione di un nuovo ponte per consentire in maniera più comoda e rapida il transito sul fiume. Ma la violenza delle acque, specialmente nei periodi di piena, arrecava gravi danni sia al ponte che alla scafa, rendendoli molte volte impraticabili. I poveri viaggiatori che si avventuravano in quelle zone, continuavano a trovare mille difficoltà, e sovente, piuttosto che affrontare l’incognita di un viaggio via terra che molte volte si bloccava lungo il corso del Sele, dove era possibile trovare la strada interrotta, il ponte inagibile e la scafa in pessime condizioni, preferivano continuare il viaggio via mare, sulle piccole imbarcazioni locali. Ancora nella primavera del 1845 Frèdèric Bourgeois De Mercey nella testimonianza de suo viaggio verso Paestum lamenta che, una volta arrivati all’antico Silarus, un corso d’acqua caratterizzato dalla presenza lungo le sue sponde di mandrie di bufali immersi nell’acqua fangosa fino alle narici, lui e la sua compagna erano stati costretti ad attraversarlo tramite la scafa “su una pessima chiatta che si fa pagare molto cara”. Nel 1870 l’Amministrazione Provinciale approvava la costruzione in muratura del ponte sul Sele che fu portata a termine alla fine del 1872 e finalmente si potè contare su una struttura solida e duratura sul Sele sia per le popolazioni che per i viaggiatori, che ormai sempre più numerosi arrivavano in quelle zone. Purtroppo, è dei nostri giorni la cronaca dell’esondazione e dello straripamento del fiume, la cui furia ha flagellato e devastato numerosi territori, con tante famiglie rimaste momentaneamente senza un tetto. C’è rabbia e indignazione sulle responsabilità del disastro: Comuni, Regione e genio civile sono sul banco degli imputati. Per combattere il rischio idrogeologico si dovrebbe prestare la massima attenzione ai piani comunali di emergenza, procedere alla messa in sicurezza sistemando gli argini, curando la manutenzione ordinaria dell’alveo che è colmo di alberi, arbusti, canne ed altri materiali, ma questa è un’altra storia.


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