a cura della Redazione GreenMe


Penelope è descritta da Omero come l’esempio della sposa fedele e paziente che attese per vent’anni il ritorno del marito Ulisse partito per la guerra di Troia. Negli anni in cui egli restò lontano da Itaca la donna, infatti, per evitare che un altro pretendente prendesse il suo posto, di giorno tesseva la tela e di notte la disfaceva.

La “sindrome di Penelope”, che prende il nome dell’eroina, affligge oggi tante donne, spesso vedove o abbandonate, malate di nostalgia che si rifiutano di andare avanti, di vivere la loro vita; esse restano legate alla persona cara da un patto silente di eterna fedeltà, che le porta perciò a rimanere sole per scelta, vivendo sospese tra presente e passato.

Questa sindrome può essere definita, quindi, come una continua, angosciosa e rassegnata “attesa che accada qualcosa”, che l’amato ritorni a casa a colmare quel vuoto lasciato dagli anni, pur avendo la triste consapevolezza che ormai non accadrà.

Il fenomeno è emerso grazie ad una ricerca messinese secondo cui il 20% delle donne over 70 ne è affetta; si tratta di circa 700mila donne sole, quasi sempre vedove, spesso in età tarda, che vivono la loro vita in standby, non escono più di casa, se non di rado, non hanno più stimoli intellettuali, né amicizie che possano alleviare la solitudine.

Le ripercussioni di questo “vuoto” sono evidenti sia sul piano fisico che su quello psichico. I dati dimostrano anche che, molte di queste persone, se ricoverate per una patologia acuta, arrivano persino a preferire di restare in ospedale, piuttosto che tornare alla solitudine della loro casa.

Tutto ciò, ovviamente, implica la necessità di riconoscere quanto prima l’esordio di questo disagio, facendo attenzione ai segni ed ai casi in cui il dolore fisico, di varia natura, non sembra affievolirsi in alcun modo. Queste donne devono essere seguite e controllate costantemente per verificare che depressione, dolore e fragilità non provochino conseguenze gravi e irreversibili al benessere e alla salute. E’ importante, inoltre, aiutarle a vivere il presente, il “qui e ora” come antidoto “all’attesa senza fine”, intervenendo, se necessario, con adeguati programmi di riabilitazione.