a cura della Redazione “Teatro e Cultura”


Con la caduta dell’Impero Romano d’Occidente, avvenuta nel 476 d.C., l’Europa entrò in un periodo di instabilità politica e sociale. Le invasioni barbariche portarono distruzione e caos, ponendo completamente fine anche al sistema statale romano di organizzazione e rappresentazione degli spettacoli teatrali. La crisi del Teatro ha comunque inizio ben prima della caduta dell’Impero Romano d’Occidente, esattamente nel 313 d.C., quando dopo l’ultima grande persecuzione che va dal 303 al 311 la religione cristiana viene dichiarata lecita dall’imperatore Costantino, con l’editto di Milano, e si avvia a diventare la religione ufficiale dell’Impero, come sancirà l’editto di Tessalonica nel 380. In un processo molto lento, il potere e il prestigio della Chiesa continuarono a crescere, consolidando il ruolo politico e sociale assunto a partire dalla fine dell’età imperiale. In questo processo di acquisizione del potere, la Chiesa Cristiana inizia così a vedere con sospetto il Teatro.

Avversione della Chiesa Cristiana verso il Teatro nell’Alto Medioevo
La Chiesa Cristiana delle origini riteneva che il Teatro, con le sue radici pagane, fosse immorale e distraesse i fedeli dal loro percorso spirituale. Per questo motivo fu in gran parte bandito o fortemente limitato per tutto l’Alto Medioevo. (Per Alto Medioevo si intende il periodo che va dal V secolo all’anno Mille, caratterizzato da una profonda crisi sociopolitica e dal prevalere di un’economia agricola). Le commedie dei latini: Plauto e Terenzio, che si rifacevano alle commedie greche dei grandi autori del passato: Eschilo, Sofocle, Euripide, tutti autori ora considerati blasfemi, perché non cristiani, divennero così un ricordo lontano da cancellare. Per il Cristianesimo il Teatro, sia Greco che Romano, era considerato una forma di spettacolo legato al paganesimo, quindi blasfemo, fonte di peccato e di conseguenza da vietare e condannare. Possiamo immaginare che chi era fedele agli Dei pagani avrà fatto anche un po’ di resistenza. Il cambiamento non è certo avvenuto da un giorno all’altro. Ci sono voluti molti anni e cambi generazionali. Non è perché ti fanno un editto, tutti improvvisamente rinunciano a portare le offerte a Zeus: nel tempo la religione cristiana ha preso piede. Anche molti importanti autori latini, dei primi secoli del Cristianesimo, come Tertulliano e Lattanzio, condannano violentemente il Teatro e invitano a non andarci.

Tertulliano (155 circa – 230 circa), considerato uno dei padri della Chiesa, autore del trattato “De spectaculis”, che si traduce letteralmente “Sugli spettacoli”, dà voce all’attacco sferrato della Chiesa dei primi secoli dell’epoca cristiana contro il Teatro e gli attori. All’interno del suo trattato scrive: “I teatri sono sentine d’impurità e di disonestà… Le tragedie, le commedie hanno in loro qualcosa d’illecito e di empio… Il teatro è cosa che ha in sé carattere demoniaco”.

Lattanzio (250 circa – 325 circa), convertitosi al Cristianesimo nel 316 d.C., che sarà soprannominato nel Rinascimento il Cicerone Cristiano, scrive nella sua opera più nota “Divinae institutiones”: “Dunque sono da evitare tutti gli spettacoli, non solo perché qualcosa di vizioso non si venga ad annidare negli animi, che devono invece essere quieti e tranquilli, ma perché l’abitudine a una qualche voluttà non ci seduca e ci allontani da Dio e dalle buone opere, pertanto ogni spettacolo è da fuggirsi affinché possiamo tenere tranquilla la condizione della mente”.

I Cristiani vedono nel Teatro la massima espressione di quello che era la cultura pagana e perciò tentano in tutti i modi di allontanarne i fedeli; da qui deriva una condanna cristiana verso il Teatro che durerà per secoli. In generale le opere degli autori pagani sono viste con sospetto. Lo spettacolo è considerato un’eredità pagana, dunque una forma di idolatria. La Chiesa sostiene che il Teatro è menzogna, poiché l’attore finge di essere ciò che non è. Gli attori sono paragonati a delle prostitute perché fanno, come loro, mercimonio del proprio corpo. Inoltre, il Teatro eccita passioni anziché sedarle e governarle come dovrebbe fare ogni buon cristiano.

Trasformazione e Rinascita del Teatro durante il Medioevo
Come abbiamo già detto, con il crollo dell’Impero Romano e con l’affermazione del cristianesimo, il teatro entrò in crisi, in quanto considerato una forma di spettacolo da condannare e cessò così di esistere per tutto l’Alto Medioevo. La posizione ufficiale della Chiesa nei confronti del teatro rimase per secoli di decisa condanna. Un profondo mutamento culturale si avverte a partire dall’anno Mille – inizio del “Basso Medioevo” e cioè del periodo che va dall’anno Mille fino al 1492 (scoperta dell’America da parte di Cristoforo Colombo. Tale data rappresenta per gli storici la fine del Medioevo) quando, in un periodo in cui la Chiesa era sempre l’istituzione dominante, il Teatro trovò un nuovo scopo nell’educazione religiosa cristiana. Questo portò alla nascita del Dramma Liturgico o Sacra Rappresentazione, una forma di Teatro in lingua latina, che aveva luogo all’interno delle chiese e raccontava vicende della passione e resurrezione di Cristo, storie della Bibbia o della vita dei Santi.

La Chiesa vede nel Teatro religioso un potente mezzo per raggiungere due obiettivi fondamentali: Insegnare con facilità al popolo gli episodi del Vangelo; Alimentare il fervore della fede.
Col tempo, il Teatro iniziò a spostarsi fuori dalle chiese. Questo processo fu favorito sia in Italia, sia in Europa, dall’emergere delle città e della borghesia, con il risveglio della vita urbana e di tutte le attività agricole ed economiche, che permisero la nascita di un pubblico più ampio e diversificato. Si svilupparono nuovi generi, come i Misteri, le Moralità e le Farse, che combinavano elementi religiosi e profani. Questi spettacoli, realizzati non più in latino, ma in lingua volgare, erano più accessibili alla popolazione e avevano sia una funzione educativa, sia di intrattenimento. Per una popolazione in gran parte analfabeta, il Teatro forniva un mezzo efficace per insegnare storie della Bibbia e princìpi morali. Inoltre, serviva a rafforzare l’autorità della Chiesa e a promuovere i suoi insegnamenti.

Spesso questi spettacoli si spostavano per le vie e le piazze dei Comuni intrattenendo il pubblico con brevi scenette. Di tali rappresentazioni è rimasto qualche aspetto nella festa del carnevale; ancora oggi i carri si spostano per le vie della città, mettendo in scena uno spettacolo. Il pubblico analfabeta seguiva così con grande interesse e partecipazione le vicende delle Sacre Scritture. In molti paesi e cittadine italiane sopravvivono ancora le tradizioni del Presepe vivente a Natale o le rappresentazioni della Passione a Pasqua: tutte forme di teatro popolare nate proprio nel Medioevo.

La Lauda Drammatica
In Italia si sviluppa in particolare la Lauda Drammatica, un nuovo genere di Dramma Liturgico o Sacra Rappresentazione, sempre a carattere religioso e con attori, costumi e musiche. In particolare, erano le vite dei Santi ad essere argomento di questo tipo di rappresentazioni, dove venivano messi in scena miracoli, guarigioni e vittorie sul demonio. La trama era semplice e aveva lo scopo di insegnare la dottrina religiosa al pubblico. Autore importante fu Jacopone da Todi (1230-1306). La sua lauda più celebre fu “Donna de Paradiso” (o “Pianto di Maria”), scritta in versi settenari. In essa Jacopone fece dialogare la Madonna con altri personaggi: Gesù, il popolo, il nunzio fedele (identificabile in San Giovanni apostolo).

La fine del Dramma Liturgico o Sacra Rappresentazione
La tradizione del Dramma Liturgico e/o Sacra Rappresentazione continua oltre il Medioevo, ma si incanala in un binario morto, in quanto a fine Quattrocento, inizio Cinquecento, i filologi umanistici, soprattutto italiani, riscoprono i Drammi e le Commedie greche e latine, e iniziano ad avere l’idea di andare a recuperare il Teatro Greco e il Teatro dell’Antica Roma. È da precisare che i temi religiosi non erano però i soli spettacoli a cui si poteva assistere nel Medioevo. In occasione di feste e fiere nelle piazze, erano presenti anche i giullari.

La figura del giullare
La parola giullare deriva dal latino joculator (scherzoso) che a sua volta proviene da jocus (scherzo, gioco). Il giullare era certamente un essere multiplo: buffone, giocoliere, saltimbanco, burlone, acrobata, domatore di animali, ma era anche un suonatore, cantante, ballerino, mimo, narratore di storie e leggende di eroi e di Santi. Dalla Chiesa Cristiana i giullari sono sempre stati visti come figure reiette e diaboliche, perché girovaghi e senza fissa dimora; imbroglioni che dicono bugie e cose indecorose, che si travestono per far ridere la gente, distogliendola dal proprio lavoro e commettendo così peccato.

In particolare, affermano che i giullari sono delle brutte persone perché fanno cose che non si dovrebbero fare. Dicono cose vane, inutili, raccontano bugie; non parlano di cose importanti come la vita di Gesù. Sono quindi da considerarsi trasgressori delle regole del vivere cristiano, confusi con i mendicanti, quando non con i malviventi. Per la Chiesa non ci si deve fidare di chi non ha una fissa dimora, non lavora la terra e quindi non si sottomette all’autorità della Chiesa o del signore di turno. Nonostante la Chiesa, la figura del giullare è da considerarsi molto significativa per tutto il Medioevo, soprattutto a partire dall’anno Mille. La sua presenza era così radicata nella società medievale che non poteva essere ignorata o eliminata.

Il giullare non è più un attore come veniva inteso nell’antica Grecia o nell’Antica Roma, ma è tante cose probabilmente. È un professionista dell’intrattenimento, un artista di strada che sa raccontare e fare molto. Le occasioni per esercitare l’attività del giullare sono tantissime: le fiere e le feste collettive della cittadinanza, ma anche, soprattutto per i migliori tra questi professionisti, le feste private aristocratiche in occasione di nozze, nascite, battesimi e vittorie della Casata Feudale. In questi ultimi casi, di norma, l’evento celebrativo è il banchetto, durante il quale i committenti della festa e i loro invitati ascoltano musiche, assistono alle danze e ai giochi di abilità, acrobazie, imitazioni.

Occasioni particolari sono invece le grandiose Corti Bandite, ovvero conviti pubblici aperti a tutta la comunità, offerti da famiglie nobili, soprattutto in occasione di grandi matrimoni, dove si dava anche da mangiare gratis. Il giullare è nomade, viaggia sempre. È un girovago perché deve seguire le feste. Non è una persona inserita nella comunità, ma arriva da fuori. Arrivando da fuori non dà nessuna garanzia. Solitamente, aveva un vestito sgargiante, multiforme e colorato, a volte con campanelli appesi al cappello e con oggetti strani appesi alla cinta, così da poter essere immediatamente riconosciuto dalla gente quale professionista dello spettacolo. Finita la festa, essendo visto come un diverso, era invitato ad andarsene. Era certamente un mestiere difficile. In conclusione, nonostante le diverse opinioni sulla sua reputazione, il giullare ha lasciato un’impronta duratura nella storia e nella cultura del Medioevo. Infatti, come già detto, il giullare del Medioevo era molto più di un semplice intrattenitore e certo non faceva una vita facile. La sua eredità sopravvive ancora oggi nei racconti popolari, nelle espressioni linguistiche e nelle forme di intrattenimento contemporanei. Il giullare del Medioevo rimane un simbolo di creatività, libertà e umanità che continua ad affascinare e ispirare. Nella realtà italiana contemporanea, possiamo citare il grande Dario Fo, che ha ripreso la figura del giullare, interpretandolo lui stesso in prima persona. Famoso per il suo Grammelot, citiamo una fra tutte le sue opere: Mistero buffo.

Fonte : “negoziazione.blog”