di Felice Nicotera


Napoli è una città dal fascino accecante, energetica, scenografica, ricca di suggestioni. La sua un’intensità travolgente è uno stupore continuo, come aprire ogni volta uno scrigno delle meraviglie. Il pretesto per visitarla ci venne fornito, qualche anno fa, dal terzo appuntamento napoletano della rassegna L’ospite illustre, nato in collaborazione con il Metropolitan Museum of Art di New York, dove è esposto alle Gallerie di Palazzo Zevallos Stigliano un capolavoro di Caravaggio: I Musici. Secondo il pittore e biografo Giovanni Baglione è la prima delle tele dipinte dall’artista per il cardinale Francesco Maria Bourbon Del Monte (1549 – 1626), mecenate illuminato che accolse Caravaggio nel proprio palazzo romano (oggi palazzo Madama), commissionandogli diversi quadri e introducendolo in un ambiente colto e raffinato. La letteratura critica ha fatto più volte riferimento alla possibilità che I Musici rimandino in modo esplicito ai concerti che si tenevano abitualmente in casa del prelato. Ma la rappresentazione di Caravaggio trasfigura la scena reale attraverso i personaggi abbigliati all’antica e non in panni contemporanei (tra cui sullo sfondo, il suonatore di cornetto è un chiaro autoritratto dell’artista), e la presenza di Cupido, che trasforma la scena in una allegoria della Musica strettamente associata a quella del’Amore.

Palazzo Zevallos Stigliano sorge nel cuore di Napoli, in via Toledo, definita da Stendhal “la strada più popolosa e allegra del mondo”. Fu edificato a partire dal 1635 su commissione del ricco mercante spagnolo Giovanni Zevallos, dal 1639 duca di Ostuni. La dimora, intorno al 1653, fu venduta a Giovanni Vandeneynden, mercante fiammingo che vi radunò una straordinaria collezione d’arte. Nel 1688 per vicende dinastiche e matrimoniali, il Palazzo passò a un ramo di una delle più influenti famiglie aristocratiche di ambito romano e napoletano, i Colonna, che dal 1716 acquistarono anche il titolo di principi di Stigliano.

I Colonna affidarono a Luca Giordano, pittore celeberrimo, la decorazione di alcuni ambienti del grande appartamento nobiliare, oggi purtroppo perduta. Per diversi decenni la sfarzosa residenza fu al centro della vita aristocratica cittadina accogliendo spesso la nobiltà napoletana e la stessa famiglia vicereale. Seguì un lungo periodo di passaggi di proprietà, con ripartizioni e modifiche degli spazi interni. Anche la facciata mutò aspetto perdendo i caratteri seicenteschi, a eccezione del sontuoso portale in marmo e piperno. Tra coloro che si aggiudicarono ampie parti del Palazzo vi fu il banchiere Carlo Forquet; a lui e ai suoi eredi, a patire dagli anni Trenta dell’Ottocento, si devono i cicli decorativi ad affresco e stucchi degli ambienti del piano nobile, affidato ai pittori Giuseppe Cammarano e Gennaro Maldarelli e allo stuccatore Gennaro Aveta. Dal 1898 la Banca Commerciale Italiana cominciò una campagna di acquisizione del Palazzo che si concluse nel 1920. All’architetto Luigi Platania fu chiesto di adeguare l’edificio alle nuove funzioni. Il grande cortile seicentesco venne trasformato in Salone per il pubblico, il piano ammezzato aperto in balconate di gusto Liberty, l’intero invaso coperto da un lucernario vetrate in stile tra Belle Epoque e Floreale. Lo stesso stile caratterizza le due ampie vetrate policrome del vestibolo, decorato inoltre da due dipinti di Ezechiele Guardascione. Anche il nuovo scalone risponde al gusto eclettico del momento, tra neoclassico e Liberty. La selezione dei dipinti antichi esposti offre un’antologia in grado di tratteggiare, per grandi linee, un profilo delle vicende salienti della pittura a Napoli nel corso del Sei, Settecento e Ottocento. Dal tragico Martirio di sant’Orsola, capolavoro estremo dello stesso Caravaggio (1610), alla cruenta Giuditta decapita Oloferne, attribuita al fiammingo Louis Finson; dalla Sacra Famiglia con san Francesco d’Assisi dell’eccentrico caravaggesco romano Angelo Caroselli al Sansone e Dalila di Artemisia Gentileschi; dalle raffinatezze cortesi delle tre scene bibliche di Bernardo Cavallino e del San Giorgio di Francesco Guarini fino alla potenza del naturalismo rappresentato dall‘Adorazione dei Magi e dal Tobia che ridona la vista al padre di Hendrick De Somer. Il monumentale Ratto di Elena di Luca Giordano e l’opulenta Agar nel deserto di Francesco Solimena. Poi per il Settecento: opere di Francesco De Mura, Gaspare Traversi, Paolo Porpora, Baldassarre De Caro, Giovan Battista Ruoppolo e Giuseppe Recco. Per l’Ottocento: Gaspar van Wittel, Pitloo, Gigante, Smargiassi, Fergola, Palizzi, Morelli, Rossano, Dalbono, Franceschini, Toma, Mancini, Migliaro, Brancaccio, Diodati, Esposito, Postiglione e De martino, e per finire con le terracotte, bronzi e disegni del grande artista Vincenzo Gemito. Palazzo Zevallos Stigliano ospita anche la mostra Marco Petrus, Matrici, curata da Michele Bonuomo, fino al 3 settembre 2017. Soggetto principale dell’artista sono le architetture e protagonista dei “dipinti urbani” è Scampia con le sue Vele, tradotte dal’artista in una soluzione pittorica fatta di matrici essenziali e colorate, capaci di restituire ordine e bellezza a un paesaggio contraddittorio. Un soggetto importante, che il pittore riproduce senza retorica, leggendolo nella sua peculiarità architettonica. Dopo, a pochi passi, lo storico caffé Gambrinus e i quartieri spagnoli, dove mangiare un’autentica pizza napoletana, respirando un fresco basilico, non ha prezzo.